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giovedì 24 luglio 2014

LETTERA APERTA AI SENATORI PD

di Pancho Pardi, Il Manifesto, 24 luglio 2014

Comincia, col voto sugli emendamenti, l’ultima fase del percorso legislativo della riforma del Senato.
Con essa il Parlamento invece di dedicare le sue migliori energie alle difficoltà più pressanti del paese (lavoro, economia, gestione del territorio) si impegna a cambiare la sua ossatura istituzionale. Non lo chiede affatto l’Europa, preoccupata invece per la nostra salute economica.
Lo chiede il patto Renzi-Berlusconi.
Il punto di partenza è il più ferreo principio berlusconiano: la Costituzione non dà a chi governa gli strumenti per farlo. Sapete bene che non è vero. La prova l’avete in casa: i due governi Prodi sono forse caduti per colpa della Costituzione? La prova è anche fuori casa: l’enorme maggioranza berlusconiana della XVI legislatura è fallita per colpa della Costituzione?
Il corollario è: i governi non possono essere ostaggio di partiti piccoli o piccolissimi. Anche qui sapete bene che non è vero. Nelle crisi dei governi i killer sono forse i partiti piccoli ma i loro mandanti stanno proprio nelle maggioranze di governo.
In realtà chi non sa governare non vuole ammettere la propria inettitudine e rovescia le sue responsabilità sulla Costituzione.

Che il bicameralismo perfetto sia responsabile della difficoltà di governare è luogo comune indimostrato. Causerebbe lentezze, ma si sono viste leggi vergogna approvate in pochi giorni. Renderebbe barocco il processo legislativo, ma non è responsabilità di una Camera se l’altra le invia leggi mal scritte. Cosa succederà quando l’unica Camera scoprirà di aver scritto male una legge ormai promulgata?
Avevate la possibilità di disegnare un Senato delle regioni, oppure un Senato delle garanzie. Non avete preso né l’una né l’altra via. All’elezione diretta avete preferito la nomina di un ristretto ceto politico nazionale da parte del largo ceto politico regionale. Vi siete impegnati ad attribuirgli una varietà eterogenea di poteri ma li avete resi vani di fronte al risolutivo voto della Camera.
In realtà il vero motivo per cui dovete declassare il Senato è la difficoltà di formarvi maggioranze certe. Ma ciò è il prodotto non della natura intrinseca del Senato bensì della peggiore legge elettorale mai concepita. Basterebbe cambiare in meglio la legge elettorale, ma vi apprestate invece a peggiorarla.
Con l’espediente della riforma del Senato sottraete a ogni vincolo e ogni controllo la restante unica Camera legislativa. La formate con liste bloccate di nominati dai vostri capi e l’elettore può solo decidere se votare o no, ma la scelta degli eletti sfugge alla sua volontà. La minoranza più grossa uscita dal voto diventa maggioranza artificiale con un enorme premio che solo con involontaria ironia può essere chiamato di maggioranza. E’ in realtà un vero e proprio premio alla minoranza.
E con esso una maggioranza artefatta può eleggersi il Presidente della Repubblica e, anche tramite i nuovi senatori di sua nomina (il 5% della futura assemblea, contro l’1,85 di quella attuale), determinare la composizione della Corte Costituzionale.
Espellete i partiti piccoli, e neanche troppo piccoli (fino al 7,9% dei suffragi!), dalla rappresentanza politica e vi appropriate del contributo dei partiti piccoli con voi coalizzati, che vi aiutano a raggiungere il premio, ma li tenete fuori dell’assemblea se si fermano al 4,4% dei suffragi. Così il voto di milioni di cittadini viene privato del diritto di rappresentanza.
Impedite la partecipazione civile con l’innalzamento da 50 a250 mila firme per la presentazione di leggi d’iniziativa popolare e da 500 a 800 mila firme per i referendum abrogativi. Evidentemente il successo strabiliante dei referendum su acqua, nucleare e leggi vergogna, vi brucia ancora.
Dimenticate che l’assetto costituzionale, confermato dalla sovranità popolare col referendum del 2006, sta per definizione a difesa e garanzia del cittadino e a limitazione del potere. Adottate invece una visione secondo la quale la democrazia si realizza soprattutto nella capacità di formare un governo, riducendo la rappresentanza politica a elemento di sfondo.
Col declassamento del Senato producete una dittatura della maggioranza a sua volta sottoposta alla volontà del suo capo. Disegnate una democrazia ridotta alla scelta di un capo ogni cinque anni.

Avete deciso di sostenere il vostro segretario nazionale al ruolo di capo del governo con la speranza che con lui a avreste potuto concludere la legislatura. Prima della decisione eravate ancora padroni del vostro destino. Ora non lo siete più. Avete un capo che vi impone la sua volontà prima ancora di essere eletto. Si comporta come se fosse già eletto direttamente dal popolo e vi ricatta: o votate la riforma o salta la legislatura.

Poniamo che votando la peggiore deformazione costituzionale dell’età repubblicana riusciate a guadagnarvi la fine regolare della legislatura. Ma il futuro si prospetta più difficile: l’elementare legge fisica dell’impenetrabilità dei corpi scoraggia le speranze. Quanti degli attuali senatori potranno spodestare qualcuno tra i 630 deputati che sperano a loro volta, con la loro fedeltà blindata, nella conferma alla Camera? E’ dura: gli attuali 315 senatori e 630 deputati devono pigiarsi per occupare i soli 630 seggi della Camera. Qualcuno di loro potrà tentare di divenire consigliere regionale o sindaco per aspirare a entrare nei 100 del nuovo Senato, ma non sarà facile.

Vale la pena sottoporsi a un’avvilente umiliazione per l’obbiettivo finale di realizzare la deformazione costituzionale sempre voluta da Berlusconi?
Pensate che il vostro elettorato vi ricompensi per questa scelta?
Non capite che la vostra fretta per strozzare la discussione in aula degli emendamenti vi fa uguali in tutto e per tutto a Berlusconi?
Non vi viene il dubbio che l’elenco dei vostri nomi potrebbe essere scolpito nell’albo nero dei decostituenti?
Ricordate che la vostra elezione-nomina è avvenuta grazie a una legge che per la Consulta è gravata da pesanti profili di incostituzionalità.
Vi auguro di sapervi fermare prima di stravolgere una Costituzione che non avete il diritto di toccare.

domenica 20 luglio 2014

I PERICOLI PER LA DEMOCRAZIA DEL PROGETTO di Renzi e Berlusconi

di Alberto Burgio da Il Manifesto del 20-7-2014


Indispettito dal persistere della  dissidenza e dalle  accuse di autoritarismo rivolte ai suoi disegni
«riformatori», il presidente del Consiglio segni d’impazienza. Irride e fa del sarcasmo gratuito.
È tipico  di chi mal tollera le critiche, ma in questo caso  c’è di più. Sta  finalmente emergendo il senso delle  grandi manovre in corso: la «cosa  stessa» su cui si gioca  la partita. Si può dire  così, in estrema sintesi: viviamo  (da anni)  nel pieno  di una  crisi  democratica che  ora  minaccia di sfociare in un regime. La formula suona estremistica, eppure è la descrizione fedele della  situazione. Vediamo perché.

Da vent’anni a questa parte in Italia si opera per  manomettere il rapporto di rappresentanza – essenza di una  democrazia parlamentare e per  ampliare la distanza tra  «paese reale» e «paese legale». In una  lunga transizione (lunga ma tutto sommato rapida, considerata la portata delle  tra- sformazioni) si è venuto modificando il sistema in senso maggioritario-bipolare al solo scopo  di auto- nomizzare le istituzioni politiche dal terreno sociale e dai suoi conflitti. Questa è stata la bussola delle «riforme» per  la «governabilità» che  hanno segnato la via italiana alla post-democrazia. Era, per esempio, l’obiettivo della  dottrina del «taglio delle  ali», formulata, tra  gli altri, da Massimo D’Alema.

La centralità (anticostituzionale) dell’esecutivo discende da qui, poiché, correlata alle sole posizioni dominanti, la prassi politica si risolve nell’applicazione del paradigma governamentale, con tutti
i suoi corollari autoritari e familistici, compreso il proliferare delle  logiche mafiose di appartenenza che  ormai dominano ogni ambito istituzionale. La stessa corruzione dilagante è in buona misura riconducibile a questo processo. Perché l’autosufficienza incoraggia la decadenza etica delle  istit- uzioni,  e perché un ceto  politico che  si costituisce a valle di una  brutale amputazione della  rappres- entanza (e che  di fatto  agisce come  una  protesi esecutiva del governo) si compone perlopiù di attori interessati a percepire cachet sempre più profumati, all’altezza del tradimento perpetrato nei con- fronti della  democrazia repubblicana.

Questa è la storia degli  ultimi  vent’anni, la cui chiave di volta  consiste nella  distruzione dei partiti come  strumenti di rappresentanza e come  luoghi  di alfabetizzazione politica e di partecipazione democratica di massa.

Ma questa storia frutto anche della  cronica inadeguatezza di una  sinistra incapace di arginare l’offensiva reazionaria inaugurata  dalla  Bolognina approda oggi a un salto  di qualità. In questo senso la crisi  democratica di lungo  periodo minaccia seriamente di sfociare nella  costruzione di un regime.

Per un verso, l’eclissi  della  rappresentanza si traduce nell’irresponsabilità del governo di fronte ai devastanti effetti della  crisi  sociale. I dati  sulla  povertà, la disoccupazione, l’implosione dell’apparato produttivo e del sistema formativo sono  sconvolgenti. C’è materia per  varare un governo di salute pubblica che  subordini ogni obiettivo al varo  di misure straordinarie per  il rilancio dell’economia nazionale, con tanto di prelievo forzoso  e massiccio sui grandi patrimoni privati per  finanziare drast- iche  iniziative di investimento e redistribuzione. Niente di tutto questo avviene, come  ben  sappiamo. Il governo che  doveva  «cambiare verso» persevera, con un sovrappiù di populismo, nelle  politiche
pro-cicliche dei predecessori (precarizza, taglia la spesa, privatizza, aumenta la pressione fiscale sul lavoro)   per  tacere di altre oscene continuità, e in particolare dell’oltranzismo filoatlantico e guerr- afondaio. Perciò il ruolo  dei media è oggi strategico, fornendo l’«informazione» nei fatti,  una  rap- presentazione propagandistica un sostegno essenziale a un’azione di governo sempre più lontana


da ogni base reale di legittimità.

Ma questo non significa che  la politica stia  con le mani  in mano, al contrario. Per l’altro verso, essao- pera febbrilmente sul terreno delle  «riforme», impegnandosi in un processo costituente di enorme portata. Un nesso organico collega tra  loro i due  momenti l’eclissi  della  rappresentanza
e l’iniziativa «riformatrice» del governo nel senso che  le «riforme» mirano a costituzionalizzare l’assetto istituzionale più idoneo alla gestione oligarchica della  dinamica economico-sociale e più capace, al tempo stesso, di proteggere il sistema politico dai rischi conseguenti alla sua autoreferenzialità.

Sarebbe difficile  in questo quadro sopravvalutare la rilevanza del patto Renzi-Berlusconi. Lo si bia- sima,  a ragione, per  i suoi obbrobriosi profili  etici:  perché colui che  in questo ventennio ha incarnato la corruzione della  vita italiana ne viene  innalzato a padre costituente; e perché l’accordo è di certo in qualche modo  connesso alle vicissitudini giudiziarie di uno dei contraenti, serie anche dopo  la sua sorprendente assoluzione milanese. Ma la sostanza resta tutta politica.

L’intesa serve in primo  luogo  a garantire all’iniziativa «riformatrice» una  base parlamentare suff- iciente (almeno sulla  carta: di qui le reazioni scomposte del presidente del Consiglio al manifestarsi della  dissidenza).

Ma soprattutto il patto tra  i capi  del Pd e di Fi riflette e cementa una  convergenza di propositi antit- etici  all’ispirazione democratica e antifascista della  Carta del ’48. L’idea piduista che  accomuna
i due  contraenti è chiara: il partito che  vince  le elezioni (cioè la più forte delle  minoranze politiche) deve poter prendersi tutto. Quando Berlusconi si lamenta dell’impotenza dei governi, questo intende dire. E ha nel giovane leader «democratico» un discepolo concorde e diligente.

Come  le analisi di Massimo Villone mostrano in modo  incontrovertibile, il progetto «riformatore»
mira  a smantellare il sistema costituzionale dei contrappesi: a varare un regime autocratico nel
quale la maggiore delle  minoranze (al netto dell’astensionismo, il 20–25%  di un corpo  elettorale sem- pre  più disinformato e disorientato) possa eleggere un presidente della  Repubblica trasformato in protagonista della  scena politica (la politicizzazione del ruolo  costituisce la più grave tra  le gravi- ssime  responsabilità dell’attuale capo  dello  Stato) e, per  questa via, controllare tanto la Consulta (e
il Csm),  quanto il processo di formazione delle  leggi  ordinarie e costituzionali.

Naturalmente quello  che  oggi è un accordo tra  i due  padroni della  politica italiana è destinato a tra- sformarsi, una  volta  tagliato il traguardo della  «riforma», in una  competizione. Ma intanto è questo il cuore nero dell’intesa. E la ratio dell’agonia della  Costituzione repubblicana, alla quale inevita- bilmente assisteremo se non si riuscirà a sabotare il disegno eversivo.

A questo proposito, un’ultima considerazione. Data  la gravità della  minaccia, sarebbe necessaria la più vasta unità, nell’azione parlamentare, di quanti dissentono da tale  progetto «riformatore», oltre che  il massimo sforzo  per  avvertire l’opinione pubblica su quanto si nasconde dietro il pragmatismo del capo  del governo. Non è questo il momento delle  mezze misure.

Tutti  gli oppositori delle  «riforme» dai dissidenti democratici ai grillini, da Sel ai disobbedienti di Forza Italia e ai leghisti critici – dovrebbero ottimizzare le proprie forze  in parlamento per  fermare il progetto renziano-berlusconiano benedetto dal presidente della  Repubblica. Nella  consapevolezza che la salvaguardia del sistema costituzionale non è soltanto il più importante dei beni  politici comuni, ma anche la condizione necessaria per  una  dialettica democratica nel segno della  rappres- entanza reale della  società.


© 2014  IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

LA ROTTAMAZIONE UNIVERSALE

di Alberto Asor Rosa da Il Manifesto 19-7-2014


Vorrei  cominciare questa volta  da lontano. All’inizio, più o meno  del 2013, nell’imminenza delle  ele- zioni politiche nazionali, presi l’iniziativa di stendere un appello a favore del voto al Pd e lo feci rapi- damente circolare (anche il testo di quell’appello sarebbe forse  da rileggere, per  capire di cosa allora si ragionava). Nello spazio di una  decina di giorni, lo “ritirai”, per  così dire, e lo ritrovai fir- mato, oltre che  da me, ovviamente, dalle  seguenti personalità intellettuali: Guido Rossi,  Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Claudio Magris, Barbara Spinelli, Tullio De Mauro, Vittorio  Gregotti, Andrea Camilleri, Natalia Aspesi,  Umberto Eco, Luigi Ferrajoli, Piero  Bevilacqua, Alberto Melloni, Giorgio  Parisi, Filippo  Gentiloni, Nadia Urbinati.

Sorprende, no? L’incredibile vastità e varietà dello  schieramento intellettuale qui rappresentato stava a significare, mi pare, due  cose:  l’insopportabilità del protrarsi del lercio  dominio berlus- coniano e la fiducia, evidente, anche se in taluni intimamente condizionata, nell’esperimento bers- aniano. Cos’era l’esperimento bersaniano? Era  il tentativo di creare in Italia un governo di autentico centro-sinistra, non eversivo antagonistico (figuriamoci), ma al tempo stesso non soggetto al pre- dominio straripante del grande capitalismo finanziario e dell’Europa bruxellensis, che  in sostanza con esso  coincideva.
Di quel  complesso di fattori, politici  e intellettuali, ma anche psicologici ed emotivi, che  aveva  spinto quel  gruppo di personalità a prendere siffatta posizione, ora,  dopo  appena un anno  e mezzo,  non resta nulla.

Non resta la coesione, sia pure provvisoria, certo, ma proprio perciò ancora più significativa, che  le aveva  spinte a stare insieme per  conseguire il medesimo obiettivo. Non resta neanche la minima traccia dell’obiettivo per  il quale avevano ritenuto in quel  momento di esporsi. Perché sia accaduto questo, bisogna che  in questo anno  e mezzo  sia precipitato sull’Italia un diluvio,  cui bisogna ora porre un argine, e ancor più un rimedio.
Già allora osservai che  impedire all’inequivocabile vincitore delle  elezioni, Pierluigi Bersani, di espe- rire  in Parlamento, cioè nella  sede propria, la ricerca della  propria maggioranza, avrebbe posto le premesse di uno svolgimento anomalo del gioco  politico in Italia. Siamo  infatti passati da allora, e in misura crescente, da un’anomalia all’altra, senza che,  a un certo punto, qualcuno dicesse: basta, così non si può andare avanti. L’esito  finale  di questo cumulo di anomalie è ciò che  ci sta  davanti e nel quale noi viviamo  (o, per  meglio  dire, corriamo il rischio di annegare).


Matteo Renzi è il frutto di questo cumulo di anomalie, di cui più che  essere il politico che  ne ha approfittato abilmente, rappresenta una  manifestazione esemplare, il personaggio tipico  e tipizzante più significativo.

Mi limiterò a indicare quelli  che  per  me sono  i quattro blocchi di problemi, con i quali  ci si misura ogni qualvolta s’intraprende una  disanima delle  sue  personalità e delle  sue  azioni.

1.  Renzi è un politico plebiscitario. E’, di conseguenza, un tipico  politico post-democratico, se la post-democrazia, come  sempre più spesso si sente ripetere, consiste nell’appello diretto al “popolo”  e nella  svalutazione degli  strumenti tradizionali del voto e della  rappresentanza. Tutto quello  che  propone o dispone — la riforma del Senato, la legge elettorale detta Italicum, l’aumento straordinario delle  firme  necessarie per  la presentazione dei referendum, ecc,  ecc,  — procede in questa direzione. Questa vera  e propria rimodellazione delle  strutture istituzionali esi- stenti, contempla però un altro aspetto forse  più importante del primo: e cioè il tentativo di
ridurre anche le forme  più rilevanti del “pubblico” (e cioè strutture e prerogative dello  stato, auto- nomie  istituzionali e funzionali dei diversi settori) dentro questo quadro. La struttura dello  Stato, rifondata faticosamente (e non senza, a dir la verità, aporie e insufficienze) dopo  la parentesi autoritaria del fascismo, allo scopo, fondamentalmente, d’impedire che  la politica se ne impadr- onisse e la governasse senza resistenze ai propri fini, viene  attaccata quotidianamente e prospet- ticamente da tutte le parti.
2.  Se questa è la direzione di marcia, ne consegue che  la politica formal-istituzionale di Renzi non ha più nulla  del tradizionale “animus” di centro-sinistra, che  ha caratterizzato la nostra esperienza democratica nel corso degli  ultimi  settant’anni. Non è, a dir la verità, neanche una  politica di centro-destra intesa anch’essa in senso tradizionale. E’ un tentativo, di tipo nuovo,  di mettere l’intero sistema al servizio di una  prospettiva di pseudo-razionalizzazione e pseudo-finzionamento del meccanismo statuale e istituzionale, che  elimini  quanto più possibile gli inconvenienti della discussione, della  trattativa parlamentare e, Dio mio che  noia!,  del conflitto. Ripeto: del conflitto


in tutte le sue  forme. I corpi  separati (e in qualche modo  autonomi) dello  Stato, le rappresentanze sindacali, la pretesa delle  forze  politiche (del resto, quali,  ormai?) di rappresentare interessi fuori della  norma, ecc.  ecc.,  costituiscono in questa visione  altrettante anomalie, che  ostacolano l’illuminata attività del Sovrano, che  dispone invece, come  dicevo,  di tutte le funzioni  prelimi- narmente considerate e razionalizzate.
3.  Siccome non esistono più interessi da rappresentare “valori”  da preservare, allora si può,  cam- min facendo, fare  accordi con i più sudici  degli  interlocutori, sempre in nome  della  razionaliz- zazione del sistema (e questo, poi, è solo quanto emerge alla superficie: che  dire, o, meglio, cosa immaginare di cosa  ci può essere sotto banco?). Questo vuol dire, mi pare, almeno una  cosa.  La politica non si misura più, bene o male,  con l’ethos.
4.  Quali differenze sostanziali, di comportamento e di obiettivi, passano ormai fra il cosiddetto centro-sinistra (Pd?) e il cosiddetto centro-destra? La verità è che  si sta  formando in Italia, sulla base delle  procedure di razionalizzazione e centralizzazione perseguite da Matteo Renzi,  un polo brutalmente unificante, totalmente inedito, e orientato costituzionalmente a portare, come  dicevo, alla cancellazione del conflitto e a un governo saggio, unitario, benevolente, ormai fuori  dal gioco delle  azioni  e reazioni che  una  volta  si dicevano “democratiche”. Non più il modello europeo dell’alternanza (per  quanto anche l’ì…): è il modello italiano, che  introietta la possibile alternanza dentro la pacificata sintesi degli  (pretesi, certo, ormai solo pretesi) opposti. Per  conseguirne
senza il pericolo di ritorni di fiamma la definitiva leadership, Matteo Renzi ha bisogno di dimo- strare presto, molto  presto, di esserne capace. Per  questo si è inventato due  o tre  riforme istituz- ionali  della  cui esigenza e coerenza è lecito  fortemente dubitare, per  poter andare subito al sodo. Il resto verrà più avanti: per  ora  lascia che  i suoi fedelissimi comincino a parlare (in perfetta sint- onia  con il “vecchio” centro-destra)  dell’abolizione dell’articolo 18, del presidenzialismo… .

Se le cose  stanno così, ne discendono alcune conseguenze.

La prima è che  la versione corretta della  proposta renziana di rottamazione è quella di portata uni- versale, che  investe e travolge alle radici l’intero sistema. Questa è anche penso non contraddit- toriamente la sua  versione più nobile. Renzi vuole  rottamare l’intero sistema democratico italiano. E’ un’idea inaccettabile, ma è un’idea. Chi non è d’accordo deve  decidere subito di battere un’altra strada.

Per  trovare, rapidamente ed efficacemente, un’altra strada (o “ritrovarla”, come  scrive Rangeri), bisogna presto concludere che  il Pd a questo fine è perduto. Il Pd non è recuperabile, l’esperienza plebiscitaria di Renzi ne ha cambiato la natura. Siccome l’Uomo è uno che  non fa superstiti né prigionieri, la situazione non può che  peggiorare. Dunque, non è da dentro che  può venire anche solo un primo  abbozzo di risposta.

E da dove,  allora? Ho già scritto che  nulla,  in questa fase  politica (forse sempre) è possibile senza un partito. Un partito può essere, sulla  base di esperienze nel merito ormai secolari, anche cose  molto diverse l’una dall’altra. Sulle  forme, dunque, si potrebbero fare, soprattutto oggi,  ragionamenti diversificati, anche se, alla fine, per  tenerli insieme, complementari. Ma una  è irrinunciabile.  Biso- gna  essere d’accordo sugli  elementi fondamentali di una  strategia: obiettivi positivi  e obiettivi nega- tivi. Se ne potrebbe discutere per  un po’, serenamente.

Ma uno di questi prevalentemente negativo, ahimé, ma solo per  ora   è chiarissimo (e non
è poco):  sbarrare la strada all’esperimento renziano. A questo fine come  dire   bisognerebbe rinunciare da subito, e se possibile per  sempre, a quella caratteristica permanente della  sinistra insofferenza, che  è la puzza sotto il naso.

E cioè.  Se si parte dalle  cronache politiche di tutti i giorni, direi  che  esiste una  vasta zona,  che  va da forze  di sinistra ancora presenti nel Pd al nucleo più resistente di Sel a settori consistenti


dell’opinione pubblica e intellettuale, in cui si pensano cose  analoghe, se non addirittura coincidenti. E come  mai?  ma perché, secondo me, esiste oggi un enorme spazio in cui un antagonismo di sistema finisce per  coincidere con un riformismo radicale enormemente ricco  di contenuti e di potenziali tra- sformazioni (mi chiedo se, alla prova  dei fatti  non vi siamo  comprese anche organizzazioni che  si richiamano ancora all’idea comunista).


 E Tsipras? Ho un enorme rispetto per  l’esperimento, ma non credo che  da solo sia destinato a cre- scere fino a rappresentare un ostacolo serio, in Italia e in Europa, ai rischi incombenti. Del resto, anche da questo punto di vista,  molti intrecci e convergenze sono  ipotizzabili. Se infatti nel conflitto sono  attualmente in gioco  forme  diverse della  democrazia o della  post-democrazia, il nostro punto di riferimento è indubbiamente quello  di una  democrazia partecipativa, che  nasce dal basso e si dif- fonde  a rete sull’intera società. Perché allora non tentare di sperimentare questa linea  non in sepa- rata sede, bensì all’interno di una  situazione organizzativa di più vaste dimensioni e di comprovata esperienza, che  lo inglobi  e ne faccia il perno di tutta l’azione  di opposizione?

Appunto: opposizione. C’è un’opposizione in Italia? Se c’è, con i miei modesti strumenti di osserv- azione, non riesco ad accorgermene. Del resto, è logico.  Se non c’è sinistra, come  può esserci oppos- izione?  Allora si capisce perché l’atto  politico destinato a innescare un processo di questa natura sarebbe di per   di enorme importanza. In Italia, ripeto, non esiste per  ora  una  sinistra organizzata in grado di rappresentarsi in tutte le situazioni, istituzionali e sociali, come  elemento decisivo del confronto e del conflitto. Se proveremo a crearla, imboccheremo la nuova  strada. Se no, no.
E saranno dolori.


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