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giovedì 29 agosto 2013

RIPARTE LA FOSTER?











CITTADINI AREA FIORENTINA
COMITATI DEI CITTADINI - FIRENZE


RIPARTE LA FOSTER?

MEGLIO ASPETTARE



          

I lavori per la stazione Foster nel dicembre 2012                                                                                                                                                      La nuova fermata AV di Bologna


 

Nel corso dell’estate il Presidente della Regione Enrico Rossi, di concerto con l’Assessore ai trasporti Vincenzo Ceccarelli, ha sollecitato la ripresa dei lavori per il sottoattraversamento TAV di Firenze. RFI ha annunciato nel frattempo la ripresa dei lavori della stazione Foster a settembre.

Per la verità occorrerebbe che si concludesse prima l’inchiesta promossa dalla Procura di Firenze per truffa ai danni dello Stato, frode, corruzione e associazione a delinquere, sospette infiltrazioni camorristiche e rischi di collasso per la struttura a causa dell’utilizzazione di materiali pericolosi e scadenti.

L’appello lanciato a luglio da Rossi: “Il Governo deve riprendere in mano la partita del nodo Alta velocità di Firenze …  convocare RFI e verificare le questioni con la magistratura … La Toscana e il suo capoluogo ne hanno bisogno e non possono restare indietro” segnala all’Esecutivo la disponibilità della Regione a chiudere più di un occhio sulla legalità ambientale ed amministrativa di quest’opera, come già dimostrato a suo tempo con lo smaltimento delle terre.

Rossi, pur biasimando lo stridente divario tra servizi dell’Alta velocità e i problemi dei treni locali, si è nondimeno speso per la ripresa dei lavori rilevando come stazioni per l’Alta velocità esistano già in varie città, a Bologna, come a Milano, a Torino e a Roma: “Non capisco perché a Firenze non si riesca a centrare questo obbiettivo”.

 

In realtà a Bologna lo scorso 8 giugno si è inaugurata soltanto la fermata sotterranea dell’AV: la stazione di Isozaki e le opere connesse sono ancora da fare. Ma ciò basta ai toscani come pungolo per proseguire con un’opera altrettanto faraonica e irragionevole.

Secondo Marco Ponti, Professore di economia dei trasporti del Politecnico di Milano, le stazioni Alta Velocità di Bologna (appena inaugurata per la parte sotterranea) e di Firenze (appena iniziata) costeranno alla fine il quadruplo del necessario. E ciò mentre un “grido di dolore” proviene da tutte le regioni d’Italia per l’aggravarsi dei disservizi, per la mancanza di sicurezza e per le condizioni inaccettabili in cui si viaggia sui treni locali.

A Bologna, dove i lavori per la stazione hanno prodotto gravissimi danni fisici ed economici, la pendenza del tracciato sotterraneo impone alle “Frecce” una velocità inferiore a quella che toccherebbero in superficie.

A Firenze la stazione Foster sarà ancor più illogica: non scambierà con la stazione centrale, imporrà velocità più basse e produrrà rischi ambientali incalcolabili.

Mentre gli scali AV di Porta Susa (Torino), di Rogoredo (Milano), di Tiburtina (Roma) e di Afragola (Napoli) mirano a riorganizzare complessi sistemi di scambio tra AV, traffico regionale e traffico metropolitano, la futura stazione fiorentina – anch’essa sdoppiata rispetto alla stazione centrale – resterà una semplice fermata inaccessibile e confinata rispetto al traffico regionale e metropolitano.

 

La Regione Toscana, che insieme al Governo deve dire dove e come passano i treni, dovrebbe insomma chiedere il contrario di ciò che sta reclamando e cioè:

 

·      di definire prioritariamente insieme a RFI il modello di funzionamento del Nodo fiorentino (con e senza l’opera) e la messa a sistema dei diversi servizi, AV compresa. La Regione darebbe così corpo all’Accordo del 2011 sottoscritto con l’azienda insieme a Comune e Provincia, pronta a chiedere il riesame dell’intero progetto se quel modello non funzionasse

·         di non riprendere i lavori ai Macelli indipendentemente da quelli per il tunnel

 

 

RIVENDICARE COME FA LA REGIONE IL PRINCIPIO DI CONTINUITA’ AMMINISTRATIVA “PER NON RESTARE INDIETRO” E’ NEL CASO  DEL SOTTOATTRAVERSAMENTO FIORENTINO del tutto FUORI LUOGO.

 

PERDURANDO INFATTI LE INCOGNITE ECONOMICHE E GIUDIZIARIE, i rischi E le incongruenze  CHE MOTIVANO LA NOSTRA OPPOSIZIONE A QUEST’OPERA, per la citta’ sI PROFILA anche la beffa di un ennesimo E colossale bucO INCONCLUSO.

 

 

 





martedì 6 agosto 2013

Fwd: [ASSOCIAZIONE VALDISIEVE] Gambassi, il paese dove non si butta via nulla

Con il "porta a porta" azzerati i rifiuti ma la bolletta è rincarata del 30% I cittadini approvano: «Prima era più comodo ma indietro non si torna»

di Chiara Capezzuoli
GAMBASSI TERME. C'è un borgo arroccato sulle colline tra Firenze e Siena dove il caro vecchio cassonetto è ormai in pensione: Gambassi Terme. La raccolta dei rifiuti si fa a domicilio. Ogni materiale di scarto finisce in un bidoncino colorato: la plastica in quello blu, la carta nel bianco, l'organico nel contenitore marrone. Ma la differenza con le altre esperienze di raccolta "porta a porta" avviate in Toscana è che il resto va a finire in un bidone grigio e si paga. Profumatamente. Il risultato è che meno del 3% dei rifiuti finisce in discarica, mentre il resto viene smaltito e riutilizzato negli impianti sparsi nel circondario dell'Empolese Valdelsa.
Gambassi Terme si aggiudica la medaglia d'oro, a livello regionale, per il riciclaggio: 97% di rifiuti selezionati nei primi quattro mesi dell'anno. Il segreto? Organizzazione, comunicazione e collaborazione. Quella di famiglie e commercianti, che hanno capito l'importanza della "rivoluzione dei rifiuti" scattata poco più di un anno fa. «Non abbiamo usato metodi o iniziative particolare per incentivare i nostri cittadini alla raccolta differenziata - dice il sindaco Federico Campatelli - lo abbiamo fatto soprattutto con assemblee molto partecipate e visite nelle varie famiglie per spiegare il cambiamento che stavamo apportando».
Gambassi Terme è stato l'ultimo comune nel circondario Empolese Valdelsa ad istituire il nuovo servizio di raccolta rifiuti. Iniziata il 28 aprile 2012, il riscontro che ha ottenuto sui cittadini è stato subito forte: mentre prima del "porta a porta" la percentuale dei rifiuti che venivano riciclati era del 36%, già nel periodo di transizione compreso tra aprile e dicembre 2012 (quando il servizio di smaltimento comprendeva sia la differenziata che i classici cassonetti) il riciclaggio dei rifiuti era salito al 65% fino ad arrivare al 97,28% dello scorso aprile.
Nelle strutture turistiche immerse nella campagna toscana, e meta prediletta da tanti stranieri, è stata compiuta una grande opera di informazione «tramite opuscoli e guide nelle varie lingue - dice Leo Orsi dell'agriturismo Santa Cristina - poi in fondo il nostro territorio deve molto ai visitatori, che si sono dimostrati attenti nella raccolta, specialmente perché nei loro Paesi già è in vigore da diversi anni».
A Gambassi la raccolta porta a porta ha funzionato anche perchè chi non fa la selezione dei rifiuti paga. E parecchio. Ogni volta che il bidone grigio viene svuotato viene addebitato un costo sulla bolletta: di 8 euro se il contenitore è da 20 litri, di 12 euro se è di 35 litri, di 17 euro nel caso di un bidone di 50 litri.
Il materiale selezionato finisce tutto nellle strutture del circondario empolese che si occupano di riciclaggio: la plastica e il vetro vengono conferiti alla Revet, che ha stabilimenti a Empoli e Pontedera, e da qui iniziano una nuova vita diventando persiane, pannelli fonoassorbenti per autostrade e addirittura maglie in pile. Grazie a un accordo siglato da Piaggio e Publiambiente la plastica recuperata nell'Empolese Valdelsa viene poi utilizzata per realizzare le scocche dei motorini. E il vetro? Finisce nelle bottiglie da vino della Zignago, sempre a Empoli. L'organico viene utilizzato dalla Varcofert di Certaldo per il compost, la carta viene spedita alle cartiere. E l'indifferenziato (meno del 3% dei rifiuti totali) finisce in discarica a Montespertoli.
Il risultato è positivo. Ma non è a costo zero. La "rivoluzione" ha inciso sulle bollette degli abitanti e dei commercianti. La tariffa di igiene ambientale (Tia) è stata aumentata con una cadenza del 10% annui nel triennio 2010-2012, determinando un aumento complessivo del 30%, in modo da coprire le maggiori spese sostenute da Publiambiente per garantire il servizio (i dipendenti sono saliti da 65 ai tempi del cassonetto agli attuali 226). Lo scorso 1° gennaio avrebbe dovuto esordire anche a Gambassi la "tariffazione puntuale" (già in vigore negli altri comuni della zona): la bolletta, in questo caso, è determinata da una parte fissa e da una variabile in base al numero di svuotamenti del bidoncino grigio dell'indifferenziato, tutto il resto (plastica, carta e organico) viene ritirato gratuitamente ai privati (le aziende, invece, pagano tutto). Ma l'introduzione della Tares (che considera esclusivamente il numero di metri quadrati e i componenti del nucleo familiare) ha cambiato i programmi dell'amministrazione che, come gli altri Comuni, ha dovuto approvare un regolamento per salvaguardare i "virtuosi" della differenziata, attraverso un complicato sistema di sconti.
Sarà per questo, forse, che da parte dei circa 5mila abitanti del borgo, le opinioni sulla raccolta differenziata "porta a porta" sono sì positive ma con qualche distinguo. Nella centrale via Garibaldi i cittadini riuniti al bar, commentano compiaciuti il successo ottenuto dal loro comune: «Ovviamente il cassonetto era più comodo - dice Bruno Cianetti - però una volta presa dimestichezza con la differenziata, non credo varrebbe la pena tornare al vecchio sistema. Sicuramente è stata una buona idea». Nella stessa strada, i coniugi Luigi Orsi e Carla Renieri seduti nel cortile della loro abitazione insieme al loro cane, approvano la raccolta dei rifiuti: «Abbiamo spazio a sufficienza per i vari container e ci sembra un'ottima iniziativa, anche se la bolletta subirà un aumento». Non è della stessa opinione la titolare del bar Tizi e Vizi di piazza Roma: «Non sono molto contenta, l' ho percepita come un obbligo e secondo me viene fatta in modo sbagliato. Gli operatori passano troppe poche volte e per chi ha un'attività come me, non è bello vedere il lunedì mattina una montagna di cartone al lato del negozio fino a mezzogiorno. E poi paghiamo di più».

Fwd: [ASSOCIAZIONE VALDISIEVE] L’inceneritore di Ospedaletto in difficoltà. Geofor: «Ma il bilancio dell’azienda è sano»

Il Comune di Pisa e i bilanci parlano di una perdita annua di 3 milioni di euro. E il revamping è ancora lontano
[6 agosto 2013]
Termovalorizzatore Ospedaletto
«Il termovalorizzatore rappresenta ormai da due anni uno sbilancio per la società di 3 milioni di euro all'anno». Una pesante affermazione contenuta nella risposta dell'assessore all'ambiente del comune di Pisa Salvatore Sanzo all'interrogazione presentata in consiglio comunale dai consiglieri Marco Ricci e Ciccio Auletta (Una città in Comune), che chiedevano contestualmente aggiornamenti sulla chiusura della linea 2 dell'impianto gestito da Geofor.
Lo scorso aprile la linea 2 è stata chiusa per uno sforamento dei livelli di diossine; a fine giugno l'azienda ha annunciato una spesa di 300.000 euro per la sostituzione dei filtri a manica che dovrebbe essere completata a giorni. Il tutto però come intervento tampone, in attesa del revamping – spesa stimata 25 milioni di euro – che dovrebbe mantenere in vita l'impianto fino al 2021, come previsto nel Piano straordinario dell'Ato Costa e nel Piano Industriale di Reti Ambiente.
Intanto però l'inceneritore di Ospedaletto rappresenta una perdita per l'azienda di circa 3 milioni di euro, segnata sia nel bilancio 2012 che in quello del 2011. Molteplici le cause: una lieve riduzione di rifiuti urbani, ma soprattutto la fine degli incentivi "cip 6", ovvero la possibilità di vendere l'energia prodotta da rinnovabili a un prezzo superiore – questione controversa su cui Geofor ha aperto anche un contenzioso amministrativo. Se infatti la produzione di energia elettrica di Ospedaletto è aumentata nel 2012 rispetto al 2011, questa però «è stata ceduta sul mercato, che ha fra l'altro fatto registrare una diminuzione del prezzo nel corso dell'anno», determinando una pesante perdita di utile.
Perché quindi volerlo tenere in piedi a ogni costo e procedere con il revamping? «Per consentire il mantenimento in sicurezza della sua conduzione in esercizio almeno fino al 2021, anno di termine tecnico dell'investimento», è la risposta del Comune, che aggiunge: «La sua definitiva dismissione potrà avvenire non prima del termine dell'ammortamento tecnico degli investimenti effettuati».
«Ma se ogni anno si perdono 3 Milioni di euro, com'è possibile il recupero dell'investimento? », si chiedono quindi i consiglieri comunali, che aggiungono: «Nonostante queste perdite, l'intenzione dell'amministrazione comunale è di proseguire su questa strada non sulla base di politiche di efficienza nello smaltimento dei rifiuti ma per mere ragioni economiche».
La risposta di Geofor è che la perdita provocata dal termovalorizzatore va a incidere su un bilancio in attivo, e che nel complesso l'azienda non è in perdita. Ciò nonostante, Geofor è ben consapevole che l'inceneritore ormai è vecchio e non può riservare che dolori. È il bilancio stesso a dirlo: «Deve osservarsi che la perdita registrata dal termovalorizzatore non è compensata dall'utile derivante dai conferimenti in discarica. La vetustà della macchina continua ad assorbire ingenti risorse economiche», e aggiunge: «Il prezzo praticato ai committenti è uguale indipendentemente dall'impianto ove avviene il conferimento, ossia termovalorizzatore o discarica, quando è noto che i costi operativi della macchina termica sono ben superiori a quelli di una discarica».
Il presidente di Geofor Paolo Marconcini aggiunge: «L'azienda non ha un bilancio complessivo in perdita, perché ci sono le attività di servizio. C'è una rimessa di quella linea, è vero, del resto però c'è una rimessa anche nel compost, significa con questo che non dovremmo procedere con l'impianto anaerobico? » E si spinge oltre: «Il piano straordinario prevede il revamping di Ospedaletto e la terza linea del Picchianti, per il quale è stimata una spesa di 70-80 milioni di euro. Totale: 200 milioni circa. Non sarebbe stato meglio pensarne direttamente uno nuovo in grado di accogliere entrambe le richieste? Con tecnologie aggiornate e migliori sistemi di sicurezza? Tra spesa di dismissioni dei vecchi impianti e realizzazione di uno, unico e nuovo, la differenza sarebbe stata compensata dalla migliore efficienza. Ma la politica vuole altro, evidentemente».
Mentre si discute pubblicamente di decisioni già prese ma non attuate, i comuni di RetiAmbienti sono ancora in alto mare con le procedure di gara per il socio privato del nuovo gestore unico. Al riguardo Marconcini nega che ci sia uno stallo: «RetiAmbiente esiste, ed esiste in funzione del fatto che sarà il contenitore entro il quale agirà il nuovo gestore. Recentemente si è riunito il gruppo di lavoro dei Comuni, e l'Ato Costa è intenzionata a mettere a gara il piano straordinario con le correzioni e l'inquadramento del piano regionale rifiuti».
L'intreccio è fitto e la procedura complessa: cosa conferire in RetiAmbienti? Il patrimonio impiantistico o la sola gestione? Non si rischia, con il nuovo maxi gestore, di unire forzatamente situazioni societarie più o meno sane? Domande importanti alla quale tutti i comuni interessati dovrebbero rispondere e aprire una discussione pubblica, ed entro le quali si colloca anche il futuro dell'impianto di Ospedaletto. Ma il disaccordo fra mondo ambientalista, istituzioni e aziende partecipate è ampio, non solo sui risvolti economici della gestione dei rifiuti, ma anche sugli aspetti della salute pubblica: Marconcini dice agli ambientalisti «di preoccuparsi del 40-50% che va in discarica», questi ultimi rispondono chiedendo «di effettuare indagini epidemiologiche nell'area sud-est di Pisa, visto che non si effettuano dal 2002». In ogni caso, una soluzione transitoria senza impianti non è realisticamente prefigurata da nessuno, e già arrivare al 30% di residuo indifferenziato totale a livello regionale, come vorrebbe la Regione entro il 2020, sarebbe un gran traguardo.
- See more at: http://www.greenreport.it/news/energia/linceneritore-ospedaletto-in-difficolta-geofor-ma-il-bilancio-azienda-sano/#prettyPhoto

Fwd: [ASSOCIAZIONE VALDISIEVE] 8/06/2013 05:30:00 PM



ScreenHunter_23 Aug. 06 17.24Lunedì 5 Agosto, la Giunta regionale toscana avrebbe dovuto approvare il Piano Regionale dei Rifiuti.

Piano che il Presidente Rossi, si era impegnato a stare il più vicino possibile alle linee guida  sulla strategia  Rifiuti Zero.

Nel frattempo Rossano Ercolini ha redatto le linee guida da presentare proprio alla GIUNTA (in cui si ventilava l'ipotesi dello stralcio dal Piano sia dell'inceneritore di Testi - già annunciato e abbastanza sicuro- che di quello di Selvapiana), e successivamente  si sono avuti i primi commenti da parte delle lobby inceneritoriste (per es. cispel).

Non sappiamo cosa sia successo di preciso, se non c'è stato il tempo materiale di parlare del Piano o se si è preferito RIMANDARE, sta di fatto che ancora non è stato approvato.

VI TERREMO AGGIORNATI!
:-)

Fwd: [ASSOCIAZIONE VALDISIEVE] Lo smog provoca i tumori. Polveri sottili sotto accusa

Risultati-choc da uno studio europeo su oltre 300mila persone in nove Paesi
ROMA. Uno studio europeo che ha coinvolto i ricercatori dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano ha dimostrato una stretta relazione tra inquinamento atmosferico e rischio di tumori al polmone. Tra i 9 paesi europei coinvolti l'Italia è risultato il paese più inquinato. Lo studio è stato pubblicato su Lancet Oncology ed è stato realizzato su oltre 300 mila persone. È servito a dimostrare che più alta è la concentrazione di inquinanti nell'aria e maggiore è il rischio di sviluppare un tumore al polmone. È inoltre emerso che i centri italiani monitorati hanno la più alta presenza di inquinanti.
Allo studio hanno collaborato 36 centri europei, oltre 50 ricercatori. Ha contribuito un gruppo di ricerca dell'Istituto di Milano, guidato da Vittorio Krogh. Lo studio pubblicato su Lancet Oncology fa parte del progetto europeo Escape. Il lavoro ha riguardato 312.944 persone di età compresa tra i 43 e i 73 anni, uomini e donne di Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Regno Unito, Austria, Spagna, Grecia e Italia. In Italia le città interessate sono state Torino, Roma, Varese. Le persone sono state reclutate negli anni '90 e osservate per circa 13 anni, registrando per ciascuno gli spostamenti dal luogo di residenza iniziale. Del campione monitorato hanno sviluppato un cancro al polmone 2.095 individui. I casi di tumore sono stati poi analizzati in relazione all'esposizione all'inquinamento atmosferico nelle zone di residenza. È stato misurato in particolare l'inquinamento dovuto alle polveri sottili tossiche presenti nell'aria (particolato Pm 10 e Pm 2.5) dovute alle emissioni di motori a scoppio, impianti di riscaldamento, attività industriali, e altri. Lo studio ha permesso di concludere che per ogni incremento di 10 microgrammi di Pm 10 per metro cubo presenti nell'aria, aumenta il rischio di tumore al polmone di circa il 22%. Tale percentuale sale al 51% per una particolare tipologia di tumore, l'adenocarcinoma. Questo è l'unico tumore che si sviluppa in un significativo numero di non fumatori lasciando quindi più spazio a cause non legate alle sigarette. Inoltre se nell'arco del periodo di osservazione un individuo non si è mai spostato dal luogo di residenza iniziale, dove si è registrato l'elevato tasso di inquinamento, il rischio di tumore al polmone raddoppia e triplica quello di adenocarcinoma. Le normative della Comunità europea stabiliscono che il particolato presente nell'aria deve mantenersi al di sotto dei 40 microgrammi per mc per i Pm 10 e al di sotto dei 20 microgrammi per i Pm 2.5. Lo studio, tuttavia, dimostra che anche rimanendo al di sotto di questi limiti, non si esclude del tutto il rischio di tumore. Dalla misurazione delle polveri sottili l'Italia è risultato essere tra i paesi europei più inquinati, infatti, in città come Torino e Roma sono stati rilevati in media rispettivamente 46 e 36 microgrammi al metro cubo di inquinanti Pm 10 in confronto a una media europea decisamente più bassa (ad esempio a Oxford 16, a Copenaghen 17). Il tumore del polmone rappresenta la prima causa di morte nei Paesi industrializzati. Solo in Italia nel 2010 si sono registrati 31.051 nuovi casi. Da solo rappresenta circa il 20% di tutte le morti per tumore nel nostro Paese.

Fwd: [ASSOCIAZIONE VALDISIEVE] Case Passerini:Inceneritore, polemiche per il no di Ercolini + RISPOSTA DI BENCISTA'

PUBBLICHIAMO  UN ARTICOLO  RIPORTATO DA LA REPUBBLICA DEL 1 AGOSTO 2013 IN CUI Alfredo De Girolamo, presidente del Cispel Toscana, DIFENDE OVVIAMENTE I PROPRI INTERESSI E QUELLI DEI SUOI ASSOCIATI (si veda per esempio nella sezione associati , dove per Firenze, c'è anche AER).

SOTTO - PUBBLICHIAMO ANCHE LA RISPOSTA DEL SINDACO DI GREVE IN CHIANTI ALBERTO BENCISTA' CHE HA RISPOSTO INVITANDO LA REPUBBLICA A PUBBLICARE LA SUA REPLICA  (ovviamente, come ci aspettavamo, non è stata pubblicata).

ScreenHunter_21 Aug. 06 16.28" E' POLEMICA per le dichiarazioni del direttore del Centro Ricerca Rifiuti Zero di Capannori, Rossano Ercolini, che due giorni fa si era scagliato contro l'inceneritore di Case Passerini ("una follia") rilanciando invece il suo piano costruito sulla raccolta differenziata. La prima reazione arriva daI presidente di Publiambiente, Paolo Regini: «Sappiamo con certezza che non può esistere una corretta gestione dei rifiuti che possa prescindere anche da una dotazione di un sistema integrato di impianti, che prevede, oltre agli altri, discariche o inceneritori commenta - Ogni processo di trattamento dei rifiuti produce uno scarto che poi deve essere smaltito o trattato a sua volta. Questo è ciò che abbiamo detto anche a Rossano Ercolini in occasione della sua gradita visita presso la nostra azienda. Non discutiamo
la collocazione degli impianti per i quali la Regione sta redigendo un piano, a nostro parere il tema dei rifiuti è così complesso e delicato da richiedere rigore, oculatezza e serietà. Non può essere liquidato o risolto tramite degli slogan». Reazione
polemica anche da Alfredo De Girolamo, presidente del Cispel Toscana. «Il direttore del Centro di Ricerca afferma che la Regione ha cancellato gli impianti di Testi e Val di Sieve, affermazione priva di qualsiasi fondamento formale ad oggi - spiega De Girolamo - Appare anche incomprensibile il riferimento all'impianto di recupero energetico di Case Passerini, previsto dalla pianificazione vigente e in fase di autorizzazione. Non si capisce in che modo possa essere considerato inutile, visto il fabbisogno necessario anche a fronte di elevati livelli di raccolta differenziata. Sarebbe grave che l'approvazione del Piano regionale si trasformasse nell'ennesima occasione per alimentare incertezza, rinvii e confusione. Il rischio è quello di fermare i processi di modernizzazione".
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Con puntualità prevedibile è arrivato il controcanto del presidente della Cispel 
Alfredo De Girolamo rispetto a Rossano Ercolini ora e ad Enrico Rossi prima, 
per scoraggiare qualsiasi tentativo di intraprendere nuove strategie nel settore 
dei rifiuti. 
De Girolamo evidentemente ritiene di avere i titoli, il potere, le competenze, 
la legittimazione democratica per obbligare tutti a disseminare la Toscana di 
inceneritori come funghi malefici. Allora nasce inevitabile una domanda: cui 
prodest? Quali sono gli interessi - parlo solo di quelli legittimi - che De Girolamo 
vuole tutelare? Comunque sappiano, De Girolamo e la potente "lobby degli 
inceneritori", che utilizzeremo tutti i mezzi legali e democratici a nostra 
disposizione per contrastare il "pensiero unico toscano" in materia di rifiuti 
fondato sulla proliferazione degli inceneritori. 
Pensiero che sottovaluta in maniera preoccupante e inaccettabile le ricadute 
negative sull'ambiente e sulla salute dei cittadini, pensiero miope che non 
riesce a vedere le esperienze più avanzate come quella di San Francisco; 
pensiero conservatore che probabilmente ritiene utopica la "green economy" 
(quella vera!).
La Toscana si merita un futuro migliore rispetto a quello a cui pensa De Girolamo.
A. Bencistà

Fwd: [ASSOCIAZIONE VALDISIEVE] Quei 160 milioni di euro pubblici ai nuovi impianti inquinanti

Pubblicato da  il 5 agosto 2013 in AmbienteIn Evidenza | 0 commenti
emissioni-Incentivi al contrario: circa 160 milioni di euro di fondi pubblici, che sarebbero dovuti servire a ridurre le emissioni di CO2, finiranno invece come rimborsi agli impianti inquinanti entrati in esercizio negli ultimi quattro anni. Oltre 51 milioni andranno alla sola centrale a carbone Enel di Civitavecchia. E' l'effetto del rimborso ai 'nuovi entranti' dello schema ETS.
Circa 160 milioni di euro di fondi pubblici che sarebbero dovuti servire a ridurre le emissioni di CO2, paradossalmente finiranno come rimborsi agli impianti inquinanti entrati in esercizio negli ultimi quattro anni. Oltre 51 milioni andranno alla sola centrale a carbone Enel di Torrevaldadiga Nord, a Civitavecchia, tra i maggiori emettitori di CO2 in Italia, nonché responsabile con il suo inquinamento di circa 45 morti premature l'anno (secondo uno studio commissionato da Greenpeace Italia all'istituto indipendente di ricerca olandese SOMO).
All'Ilva di Taranto di milioni ne andranno oltre 3, e la lista dei beneficiati continua (comprendendo anche impianti meno impattanti, come i cicli combinati a gas): Sorgenia riceverà 25 milioni spalmati su 3 impianti, Ergosud 9 milioni, Eni Power quasi 7 milioni, Tirreno Power 4,4 milioni e decine di altre aziende avranno somme minori.
Gli importi, stabiliti con due delibere emesse dall'Autorità per l'Energia lo scorso 26 luglio (vedi allegati in basso), si riferiscono ai rimborsi dovuti ai cosiddetti 'nuovi entranti' italiani nel sistema ETS, il meccanismo europeo di scambio delle emissioni. Soldi che sono garantiti agli impianti entrati in esercizio negli ultimi anni nonostante la riserva loro destinata fosse esaurita: grazie a un intervento del governo Berlusconi del 2010, infatti, i fondi verranno presi dai proventi della vendita all'asta dei permessi ad emettere. Proventi che, come anticipato, dovrebbero in teoria essere destinati, oltre che a risanare le casse statali, a sostenere investimenti per ridurre la CO2.
Come è successo? La storia ha inizio nel 2006, mentre ci si preparava alla fase 2 dell'ETS, iniziata dal 2008 e terminata con il 2012. Come sappiamo, in quella fase la quasi totalità dei permessi ad emettere venivano assegnati gratuitamente agli impianti che rientravano nello schema, ossia centrali termoelettriche e altre industrie ad alte emissioni. Quante quote gratuite potevano essere assegnate agli impianti italiani e quali soggetti ne avessero diritto venne stabilito con il Piano Nazionale di Assegnazione delle quote di CO2 2008-2012 (PNA), approvato ufficialmente il 18 dicembre 2006 dai ministeri di Ambiente e Sviluppo Economico del secondo governo Prodi, presieduti rispettivamente da Alfonso Pecoraro Scanio e Pierluigi Bersani.
Proprio in quel piano c'è il seme della distorsione che porta ai paradossali rimborsi deliberati nei giorni scorsi. Non riuscendo a ottenere dall'Europa di poter assegnare un volume di permessi ad emettere tanto grande quanto quanto richiesto, infatti, gli estensori del Piano hanno deciso – con ogni probabilità per non ledere gli interessi degli impianti già in esercizio – di sacrificare la quota di permessi gratuiti da accantonare per gli impianti che sarebbero stati costruiti negli anni seguenti, appunto i cosiddetti nuovi entranti.
La riserva per i nuovi entranti, come quasi certamente sapeva anche chi ha scritto il Piano, è risultata dunque sottodimensionata rispetto alle centrali e alle industrie costruite negli anni successivi: nel primo anno della fase 2 delll'ETS, il 2008 era già stata esaurita e ovviamente anche negli anni seguenti – 2009, 2010, 2011 e 2012 – non ci sono stati abbastanza permessi gratuiti risparmiati da assegnare.
I nuovi entranti hanno così dovuto acquistare di tasca loro i crediti, ma per loro il danno non è stato grave: come forse gli autori del PNA 2008-2012 già immaginavano sarebbe successo, in soccorso è arrivata la mano pubblica nelle vesti di un decreto emanato dal governo Berlusconi nel 2010.
È il Decreto Legge n.72, del 20 maggio 2010, (convertito con la Legge 19 Luglio 2010, n°111) che identifica un meccanismo di rimborso per le installazioni che non hanno ricevuto quote di emissione di CO2 a titolo gratuito a causa dell'esaurimento della riserva per i nuovi entranti. All'articolo 2, comma 3 del provvedimento – a firma Berlusconi (ministro ad interim dello Sviluppo Economico), Prestigiacomo (Ambiente), Matteoli (Infrastrutture) e Tremonti (Economia) – si stabilisce che i soldi da dare ai nuovi entranti – il rimborso comprensivo di interessi di quanto speso per acquistare i crediti – vengano presi dai proventi della vendita all'asta delle quote di CO2 non assegnate gratuitamente.
Da lì le delibere emanate nei giorni scorsi dall'Aeeg, che altro ruolo non ha se non stabilire gli importi in base alle emissioni degli impianti in questione e alle quotazioni della CO2 in quegli anni: 144 milioni di rimborsi relativi al 2012, 10,8 al 2011, 3,5 al 2010, circa un milione al 2009 e 41mila euro al 2008. Ecco come è successo che 160 milioni del ricavato della vendita all'asta dei permessi – che dovrebbe essere diviso tra entrate erariali e attività per ridurre la CO2, come ad esempio finanziare il Fondo rotativo per Kyoto – andrà invece agli impianti inquinanti costruiti negli ultimi anni.
Come commenta Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club: "In questo modo si è svuotato di significato un meccanismo nato per ridurre le emissioni. Lo si è trasformato in un incentivo al contrario che paradossalmente rimborsa i grandi emettitori. Se si guarda al caso della centrale Enel di Civitavecchia non c'è bisogno di aggiungere altro".
Le delibere Aeeg 334/2013/R/efr e 333/2013/R/efr pubblicate il 26 luglio 2013 nelle quali si determinano i rimborsi. Giulio Meneghello QuaEnergia